Nei Paesi in via di sviluppo, ottenere l’accesso al credito può essere una questione di mera sopravvivenza. Il tradizionale mercato dei finanziamenti, che si basa su un calcolo del rischio di insolvenza del debitore, non sembra adatto a scenari in cui la povertà estrema è tanto diffusa da costituire la norma. Partendo proprio da queste considerazioni, l’economista indiano Muhammad Yunus ha fondato la Grameen Bank in Bangladesh nel 1976, inaugurando per la prima volta il modello del “microcredito” bancario. Si tratta, in sintesi, di un istituto di credito sui generis, che concede prestiti da pochi dollari a cittadini che vivono ben al di sotto della linea di povertà. Il microcredito viene concesso senza chiedere alcuna garanzia, soprattutto a donne o a gruppi di cittadini, ed è rimborsato in piccole rate settimanali. Sebbene il modello del microcredito possa sembrare rischioso, viste le condizioni in cui versano i debitori, Il tasso di rimborso degli impieghi si attesta al 99 per cento. L’esperienza della “banca dei poveri” ha avuto tanto successo da garantire allo stesso Yunus il premio Nobel per la pace nel 2006, e da essere rapidamente esportata in altre regioni del mondo, non soltanto in Paesi in via di sviluppo ma ovunque vi siano fasce demografiche che possano beneficiarne. In Italia, le società mutue per l’autogestione, gli enti locali, alcune finanziarie e Banche Popolari nonché vari fondi etici erogano microcredito alle famiglie presenti sul territorio. L’importanza del fenomeno non è da sottovalutare, se si considera che il 13,1% della popolazione italiana vive in stato di povertà e che il 14,1% delle famiglie non ha accesso al normale credito bancario e deve fare affidamento proprio sul microcredito.