L’espressione “credito ecologico” ha, in realtà, due distinte accezioni. Anzitutto, essa fa riferimento al meccanismo fissato dal protocollo di Kyoto per bilanciare l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente con iniziative di stampo ecologista. I Paesi aderenti possono dare il via a progetti “verdi”, ottenendo così dei “crediti di emissione” che giustificano dinanzi alla comunità internazionale il livello di inquinamento prodotto. Il principio è valido anche per le singole industrie che, ad esempio, possono acquistare appezzamenti di terreno e farsi carico delle spese necessarie per la loro riforestazione. In questo caso, si tratta di investimenti nella responsabilità ambientale d’impresa con un ritorno in termini di marketing e di immagine. In senso più strettamente finanziario, il credito ecologico è inteso come l’insieme dei contributi e delle agevolazioni destinate a favorire gli investimenti per il miglioramento dell’efficienza energetica e per il rispetto dell’ambiente. Gli enti locali, in collaborazione con le singole banche, erogano “credito verde” e finanziamenti a fondo perduto o a tassi ridotti per i privati cittadini e le aziende che installino pannelli fotovoltaici, impianti termo-solari, migliorino la coibentazione degli edifici e altre misure simili. Fra gli istituti che erogano credito ecologico, ricordiamo Intesa SanPaolo, Bpm, Mps, Ubi Banca, Banca Sella e Banca Etruria. Nel corso del 2008, tuttavia, la disponibilità di credito da parte delle banche private per l’installazione di infrastrutture energetiche si è andata riducendo drasticamente a causa della crisi economica e finanziaria internazionale. Se in precedenza era possibile finanziare sino all’80-100% delle spese, nel corso dell’anno le risorse concesse dalle banche si sono ridotte in media al 60% degli importi necessari per la realizzazione di nuove strutture.